I Trabocchi

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Creature fantastiche dall’ossatura fragile, drammaticamente sospese fra terra e mare, come strani e giganteschi artropodi in agguato. I trabocchi appaiono all’occhio inesperto del viandante, che visitando l’Abruzzo si imbatte in queste magiche strutture di legno che segnalano la costa teatina denominata dei Trabocchi, fatta di spiagge, promontori, scogliere, baie ghiaiose, olivi, agrumeti e ginestre.

Macchine da pesca, solo apparentemente dalla tecnologia che coincide con l’architettura, primitive nella elementarità , ma efficaci per le funzioni loro attribuite. L’intelaiatura di funi e travi è tale da resistere alle sollecitazioni delle reti ed alla furia del mare. I pali in legno di acacia, a loro volta incastrati negli scogli, assecondano l’impeto del mare facendosi aiutare dalle funi metalliche. Tutta la struttura è sostenuta ed assicurata attraverso un sistema strallato di funi, fili metallici, assi e pali legati, chiodati e bullonati con tecniche semplici ma efficaci, i materiali utilizzati sono spesso di recupero.

La macchina pescatoria si concentra sul movimento rotatorio dell’argano e con un complesso sistema di antenne e carrucole, la rete viene affondata in mare e ritirata periodicamente. Quando nel suo cavo rimane il pescato, questo viene recuperato con un guadino dalla lunghissima asta. I trabocchi furono costruiti in epoche di fertilità  del pescato che permetteva, come raccontano gli anziani, addirittura di vivere pensando anche di completare il reddito con i proventi dell’agricoltura costiera.

Testo a cura di: Arch. Marcello Borrone

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